La storia di Santa Croce Camerina

Le origini di Santa Croce Camerina stanno in Camarina e nei villaggi delle Caucane. Fondata nel 598 a.C. come colonia di popolamento e “punta avanzata” di Siracusa in un’area ricca di villaggi siculi, Camarina fu crocevia di molte rotte mediterranee e centro di irradiazione della civilta’ greca nel territorio ibleo. Tento’ di affermare la propria supremazia economica e militare nei territori contermini ma senza molta fortuna. Fu infatti presa in anni diversi dai siracusani, poi dai gelesi, dai cartaginesi, infine dai mamertini e varie volte distrutta o spopolata. Risorse pero’ sempre e torno’ ad essere popolata ed attiva. Nel 258 a.C. tento’ ancora una sortita, ma venne devastata dal console romano L. Atilio Calatino, e di essa rimasero solo  piccoli segni.

Dopo tale evento parte dei camarinesi superstiti cercarono rifugio nel territorio dell’odierna Santa Croce, e piu’ in particolare nelle localita’ Muraglia, Cinta-San Martino, Mirio, Pirrera, Punta Braccetto, Vigna di mare, Casuzze, dove dai tempi più antichi, come hanno confermato gli scavi compiuti in anni non lontani e il rinvenimento di tombe, basamenti di capanne, fornaci, cocci, esistevano minuscoli insediamenti di pastori e pescatori, che dal lavoro dei campi, dalla pastorizia e dalla pesca traevano i mezzi per vivere. Per effetto dell’immigrazione essi risultarono positivamente impinguati e vivacizzati, costituendo l’articolazione demografica, urbanistica ed economica delle Kaucane, casali sparsi che ebbero una modesta rilevanza storica tra il III sec. a.C. e il VI sec. d.C.

In eta’ cristiana la plaga registro’ una discreta attivita’ religiosa, attestata da ruderi di chiesette e necropoli tuttora esistenti nella contrada Pirrera e nelle Anticaglie, e nel 556 offri’ al bizantino Belisario degli ancoraggi da cui muovere con la flotta per snidare i Vandali da Malta. Negli anni della dominazione bizantina i predetti insediamenti non ebbero vita serena: furono, infatti, vittime delle incursioni dei pirati, che li devitalizzarono sempre piu’ sino a privarli della originaria capacita’ di richiamo.

Sotto la dominazione araba il territorio registro’ un piccolo risveglio per la cura rivolta alle attivita’ agricole in luoghi che per la prima volta vennero valorizzati ed ebbero un nome: Ras caram (Capo Scalambri), Ain keseb (Punta della Secca), Favara (fonte e fiume di Santa Croce), Ain-amnis (Donnanna), Ain (Donne), Ain-zufer (Sughero). Conobbe poi una nuova decadenza, protrattasi per due secoli, nel corso dei quali, deserto di uomini e di attivita’, si copri’ in parte di fitta boscaglia. Rientro’ nella storia per un episodio particolare: nel 1091, dagli ancoraggi sulla costa Ruggero il Normanno mosse con la flotta per snidare i musulmani dall’arcipelago maltese.

Successivamente per qualche tempo venne compreso tra i beni della Corona ed ebbe vita oscura. Piu’ tardi fece parte della Contea di Ragusa e costitui’ il feudo di Rascaram (o Rosacambra), che da Silvestro, pronipote di Ruggero, signore di Ragusa e della Marsica, venne donato nel 1140 al convento dei S.S. Lorenzo e Filippo di Scicli, suffraganeo della chiesa di S. Maria la Latina di Gerusalemme.

Sul versante nord del piano del Mirio e della attigua sorgente, presso un antico castrum su una cui parete, come narra  Rocco Pirri, era raffigurata Sant’Elena con la croce, divenne piu’ consistente il  “casale Sanctae Crucis”, nel quale sorse una chiesa dedicata alla Beata Vergine. Mentre nell’entroterra ibleo nasceva e cominciava a svilupparsi la Contea di Modica, le terre di Santa Croce e Rosacambra, ai suoi margini, venivano date in affitto a nobili di Ragusa e Scicli, che sfruttarono le aree coltivabili e i pascoli.

Così fece il convento di Scicli, e cosi’ dopo la sua chiusura, nel 1392, continuo’ a fare il convento di S. Filippo d’Argiro’, rappresentante in Sicilia della Chiesa di Santa Maria la Latina. Nel 1470 le terre di Santa Croce e Rosacambra furono cedute in enfiteusi perpetua al nobile modicano Pietro Celestri, che ne divenne barone e si mostrò discretamente interessato  al suo sviluppo. Sul poggio ad est della fontana crebbe allora una edilizia povera, connessa alle attivita’ agricole e artigianali, che si esprimeva in piccole abitazioni e in alcune mandre; piu’ a sud, nel Capo Scarem, su una base  dsi età normanna  venne costruita suna torre di avvistamento e difesa, cui si affiancarono una chiesetta, magazzini, locali per la salagione del pesce e fornaci.

Il popolamento del vasto feudo fu inizialmente discreto. In seguito, pero’, la divisione del territorio tra i Celestri e i Bellomo di Siracusa, una certa incuria dei feudatari, la malaria, diffusissima nelle aree acquitrinose, e le incursioni piratesche, divenute sempre piu’ rovinose, costrinsero numerosi terrazzani ad abbandonare la zona, e il casale di Santa Croce e le terre contermini  attraversarono un nuovo periodo di decadenza.

Sul finire del XVI sec., nel quadro della “colonizzazione interna” voluta dai feudatari e finalizzata al rilancio della produzione granaria nell’isola, ebbe inizio la rinascita della Terra di S. Croce. Un discendente dei volenteroso barone, Giambattista II Celestri, volle ridarle vita e nel 1598 ottenne la “licentia habitandi et rehedificandi” il casale, che venne riconfermata e resa esecutiva il 28 gennaio 1599.

Divenuto marchese di Santa Croce nel successivo anno, Giambattista Celestri s’impegno’ per lo sviluppo del grande feudo. Grande fu in questo periodo l’interessamento del giovanissimo figlio Pietro, frequentemente presente a Santa Croce. Costui infatti  richiamò  dai comuni viciniori, e piu’ in particolare da Scicli e Modica, nuovi abitanti, in gran parte umili contadini e artigiani, nomino’ il Castellano, il Segreto e il Magistrato, affido’ la chiesa ad un beneficiale, mentre  aiutava  dei monaci a fondare una chiesetta conventuale dedicata alla Madona del Carmelo.. Per proteggere il territorio e il casale dai corsari, Pietro IV, Giambattista III e Pietro V, successori di Giambattista II, provvidero a restaurare la torre di Scalambri e a costruire la torre di Mezzo, che si aggiungeva alla torre del Braccello sorta prima del ‘600. Cio’ nonostante, lo sviluppo di Santa Croce fu molto lento. La malaria e le pestilenze continuavano ad infierire, la poverta’ era grande, le incursioni dei pirati non diminuivano, sicche’ numerosi coloni, scoraggiati, si restituirono ai luoghi di provenienza, mentre i monaci nel 1650 abbandonavano il vecchio convento.

Nel 1636 i santacrocesi erano 438, ma nel 1651 risultarono 399 e nel 1682 appena 150, dediti alla coltivazione dei campi e all’allevamento del bestiame e viventi ancora in case di architettura estremamente povera e disadorna, sparse senza un preciso ordine sul poggio ad est della fonte Paradiso. Dopo il terremoto del 1693, che sconvolse in particolare Modica, Ragusa e Scicli, il ritmo di crescita dello “stato” di Santa Croce, che era stata appena sfiorato dal sisma, fu piu’ rapido. Per l’afflusso di numerosi profughi nel borgo, sorsero e si distribuirono a scacchiera nuove case e bagli, intervallati qua e la’ dalle prime case “soòlerate” e palazzate; la Chiesa madre, dedicata ora alla “esaltazione della croce”, venne aiutata con nuovi benefici.

Nel 1713 lo “Stato” di Santa Croce contava 921 abitanti (e 260 case), saliti a 1398 nel 1761, a 2093 nel 1798. Le attivita’ economiche erano piu’ articolate ed estese, anche per la concessione in enfiteusi di numerosi appezzamenti di terra, variamente consistenti, in cui i Vitale, i Rinzivillo, gli Scattarelli, i Fiorilla, i Mauro, i Riera  facevano nascere masserie e caseggiati rurali e introducevano nuove colture. Uscita dalla dipendenza feudale e nel 1819 divenuta libero comune con un territorio di 4368,48 are e 2207 abitanti, amministrati da un Decurionato, Santa Croce conobbe un discreto sviluppo, facilitato dall’apertura delle prime strade intercomunali e di alcune trazzere ed espresso, tra l’altro, dalle prime scuole e dai primi servizi pubblici nei settori dell’igiene e della sanita’, oltre che dai piu’ frequenti rapporti coi comuni vicini.

Nel 1821 e piu’ ampiamente nel ’48, per l’impegno di una borghesia in crescita nella quale primeggiavano i Vitale, i Rinzivillo e i Ciarcia’, partecipo’ al movimento liberale antiborbonico, inserendosi piu’ attivamente nella vita isolana. Cessato nel 1860 il regime borbonico, il comune entro’ nell’Italia unita dandosi la nuova denominazione di Santa Croce Camerina per marcare il legame che attraverso i secoli lo univa all’antica citta’. Apparteneva ora alla provincia di Siracusa e aveva 3000 abitanti, amministrati da un consiglio Comunale, in un territorio di 4048 ettari.

Collegato coi comuni vicini da nuove strade carrabili, Santa Croce si sviluppo’ notevolmente soprattutto negli anni Settanta e Ottanta per merito di un piccolo e medio imprenditorato agricolo intelligente e attivo e di braccianti e artigiani operosi, che diedero un forte impulso all’economia, estendendo a nuove aree le colture industriali (agrumi, vite, olivo,canapa) in aggiunta a quelle tradizionali, e assicurando un piu’ vasto richiamo alle fiere periodiche.

L’abitato urbano si estese ulteriormente definendo i quartieri Castello, Belpiano, Sangiacomo e Fontana, e si costruirono le prime abitazioni estive a Punta Secca. Il paese ebbe il servizio postale e quello telegrafico, la pubblica illuminazione nelle strade principali, nuove classi di scuola primaria. La Chiesa Madre, dal 1863 dedicata a S. Giovanni Battista, e la Chiesetta del Carmelo (costruita a ricordo del vecchio convento) furono curate da numerosi preti. Si consolidarono alcune feste e tradizioni locali in onore di S. Giuseppe (con le cene) e Santa Rosalia e del Corpus Domini (con gli altarini). Il territorio comunale non aveva pero’ sufficiente capacita’ di assorbimento della manodopera locale in crescita, sicche’ si dovette registrare un rilevante flusso migratorio verso le Americhe (USA e Argentina), e gli abitanti, che nel 1881 erano 5057, risultarono 6227 nel 1901, 6481 nel 1921.

Contrasti di famiglie, visioni diverse dei problemi locali e condizioni di vita ancora difficili per il ceto popolare giustificarono inizialmente le lotte di parte, che gradualmente rientrarono nelle lotte piu’ generali tra forze opposte a livello nazionale. Cosi’ dopo vari decenni di regime liberale e di contrapposizione tra “bianchi” e “neri”, progressisti e moderati, si passò’ al ventennio fascista e alla dittatura. Sorta nel 1927 la nuova provincia di Ragusa, Santa Croce ne fece parte con un territorio di 4076 are e 6353 abitanti. Negli anni Trenta il comune si doto’ di rete idrica ed elettrica, e registro’ un certo rinnovamento delle attivita’ economiche e commerciali, che venne interrotto dalla guerra 1940-45.

L’inizio del nuovo conflitto porto’ alla militarizzazione del territorio ibleo, che ebbe manifestazioni concrete anche a Santa Croce. La cittadina, infatti, fu sede del 383mo btg. /206a divisione costiera e il 10 luglio del ’43 il suo territorio fu area di sbarco di contingenti della VII armata americana. Nel dopoguerra ed in particolar modo negli anni Settanta-Novanta, il paese conobbe un notevole rinnovamento e avanzamento. Gli abitanti, che erano 7125 nel 1951, scesero a 6290 nel ’71 in conseguenza di una rilevante emigrazione, per elevarsi nuovamente a 7060 nell’81, a 7445 nel ’91, a 8400 nel ’96.

Negli ultimi decenni l’istruzione pubblica si e’ notevolmente estesa con la crescita delle strutture scolastiche primarie e l’avvento delle secondarie, sicche’ l’analfabetismo e’ sceso al 3,6%. La vita politica, discretamente vivace per la dialettica dei partiti e dei sindacati, si e’ sempre piu’ omologata al dinamismo nazionale. Il panorama religioso e’ divenuto piu’ articolato e S. Giuseppe, gia’ protettore, e’ stato elevato a co-patrono del paese. Piu’ recentemente l’abitato ha compreso nuove aree a Margio Secco, Marchesa, Pezza, Sottano; la rete stradale interna ed esterna e’ stata notevolmente ampliata e migliorata; gli antichi insediamenti rivieraschi di Casuzze, Caucana, Punta Secca e Punta Braccetto si sono trasformati in frazioni balneari capaci di fortissimo richiamo. I servizi pubblici nel campo dell’igiene e della sanita’ hanno subito interventi di ampliamento e modernizzazione notevoli, acquistando maggiore valenza sociale.

Grandi progressi sono stati compiuti sul piano economico, per merito soprattutto delle colture primicole in serra, subentrate alle antiche colture cerealicole e vitivinicole e oggi tra le piu’ vivaci e avanzate della provincia.

Prof. Giuseppe Miccichè